Zero Waste

3 Ministeri e 1 sacchetto: storia di un’opportunità mancata

Il nuovo anno è iniziato con un grosso dibattito e un po’ di malumore generale a causa dell’attivazione della norma che impone i sacchetti leggeri in bioplastica a pagamento in alternativa a quelli in plastica.

Vediamo insieme cosa è successo.

Cronistoria

Il 29 aprile 2015, il Parlamento Europeo approva la Direttiva n° 720 volta a prevenire e ridurre gli imballaggi e i rifiuti da imballaggio. L’obiettivo finale della Direttiva è quella di eliminare dal mercato europeo i sacchetti di plastica leggeri tipicamente usati per acquistare prodotti sfusi come frutta/verdura/affettati etc.  perché ritenuti, proprio per la loro leggerezza, scarsamente durevoli e quindi più inquinanti.

La normativa prevede che gli Stati membri siano liberi nella scelta degli strumenti per limitare l’utilizzo delle borse con spessore inferiore ai 50 micron o che queste siano a pagamento nei punti vendita, ferma restando la possibilità di trovare alternative di pari efficacia per il raggiungimento dell’obiettivo.

A Gennaio 2017 la Commissione Europea apre una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per il mancato recepimento della direttiva comunitaria del 2015.

Il 20 Giugno 2017 il Parlamento Italiano recepisce la normativa e la inserisce all’interno del decreto “Disposizioni urgenti per la crescita economica del Mezzogiorno” con la Legge n°123 che entra in vigore ad Agosto.

Nella norma si vieta dal 1 Gennaio 2018 la commercializzazione delle borse in materiale plastico leggero che non siano in materiale biodegradabile e compostabile, si stabilisce che queste ultime non possono essere distribuite gratuitamente e che il prezzo deve essere esplicitato nello scontrino.

Viene anche definita una sanzione pecuniaria in capo agli esercizi commerciali che varia dai 2.500 ai 25.000 euro in caso di infrazione.

Il Ministero dello Sviluppo Economico in una circolare di Dicembre specifica che è possibile utilizzare sacchetti ultraleggeri già in possesso del consumatore purché:

  • siano NUOVI e integri
  • siano conformi alla normativa ambientale e igienico sanitaria
  • abbiano lo stesso peso di quelli forniti dai negozi

Il Ministero dell’Ambiente tramite una comunicazione del 3 gennaio precisa “la vigente disciplina ambientale non prevede il riutilizzo delle borse ultraleggere”.

Il Ministero dell’Ambiente in una nuova circolare comunica che si sta verificando la possibilità di utilizzare sporte portate da casa in sostituzione degli ultraleggeri ma il Ministero della Salute il 4 Gennaio ha confermato che non esiste la possibilità di riutilizzare i sacchetti per evitare il rischio di contaminazione.

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Cosa non ha funzionato nel passaggio tra la direttiva europea e il recepimento italiano

La divergenza è la finalità.

L’obiettivo della UE è di ridurre drasticamente il numero dei sacchetti leggeri sul territorio, e tra gli strumenti per ottenere questo risultato evidenziava l’obbligo dell’esplicitazione del costo nello scontrino: se un prodotto di consumo è a pagamento ne percepiamo l’identità e, di conseguenza, se ne contrae la domanda.

Nel recepimento italiano della normativa, viene acquisito il costo come deterrente ma diventa obbligatorio l’uso del sacchetto fornito dai punti vendita in bio plastica, e questo ha spostato l’attenzione dal prodotto al materiale.

L’uso di materiali bioplastici biodegradabili e compostabili rappresenta un miglioramento rispetto ai sacchetti ultraleggeri in plastica precedentemente in uso, ma essendo obbligatori e non permettendo alternative, rende impossibile la restrizione della domanda che la direttiva europea auspica.

Il passaggio dal sacchetto in plastica al sacchetto biodegradabile è un po’ come il passaggio dalla benzina alla benzina verde: è stato indubbiamente un miglioramento ma non ha cambiato la mobilità.

Cosa sono le bio plastiche?

Esistono diversi tipologie di materiali bioplastici, derivati da oli, farine, amidi di mais, altri cereali o biomasse rinnovabili.

Alcuni di essi NON sono biodegradabili (circa l’83% della produzione globale), mentre solo circa il 17%  delle bioplastiche prodotte è un materiale realizzato da materia prima rinnovabile e a sua volta biodegradabile o compostabile. [Fonte Insitute for bioplastics and bio composites institute]

Plastica biodegradabile vuol dire infatti che il materiale ha la capacità, se lasciato al suolo, di essere attaccato dai microrganismi presenti nel terreno e quindi decomposto. Tempi e modalità variano a seconda del materiale e del suolo, mentre se il materiale è compostabile vuol dire che può essere avviato a compostaggio industriale/domestico, ovvero verrà attaccato sempre da microorganismi e umidità presenti in modo naturale nel resto dei materiali avviati a compostaggio e in circa due mesi sarà completamente rigenerato.

Nella valutazione delle bioplastiche dobbiamo però sempre ricordare che, se da un lato è un ovvio miglioramento il fatto che derivino da materie prime rinnovabili e che siano in alcuni casi biodegradabili, dall’altro la loro produzione richiede l’uso di territorio agricolo che viene tolto alla produzione alimentare.

Dedicare territorio ed energia per la produzione di prodotti usa e getta è sempre un errore logico.

[Fonte: Anna Pellizzari e Emilio Genovesi “Neomateriali nell’economia circolare” Ed. Ambiente]

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Cosa ha percepito il consumatore italiano

Il consumatore privo di sensibilità ambientale è insoddisfatto del costo del sacchetto, non percepisce il miglioramento materico e non modifica le proprie abitudini. La sua quantità di sacchetti acquistati in un anno rimarrà verosimilmente la stessa

Il consumatore con una media sensibilità ambientale è soddisfatto per il miglioramento materico, ritiene il costo non rilevante, non modifica le proprie abitudini e si sente un po’ meno in colpa. La sua quantità di sacchetti acquistati in un anno rimarrà verosimilmente la stessa.

Il consumatore con sensibilità ambientale alta è insoddisfatto. Non può più portare i propri sacchetti riutilizzabili, ed è obbligato a cambiare le proprie abitudini. La sua quantità di sacchetti acquistati in un anno potrebbe aumentare.

Cosa sarebbe successo con un recepimento diverso?

Immaginiamo che il recepimento italiano sia stato:

  • sono vietati i sacchetti ultraleggeri in plastica
  • i cittadini possono portare i propri sacchetti riutilizzabili purché trasparenti, meglio se in materiale naturale
  • il peso deve essere fatto prima dell’insacchettamento al fine di non eludere la tara
  • i sacchetti a disposizione nei punti vendita devono essere esclusivamente in bioplastica, devono essere a pagamento e il prezzo deve essere esplicitato nello scontrino

Il consumatore privo di sensibilità ambientale ma attento al costo, avrebbe iniziato a portare i propri sacchetti.

Il consumatore con una media sensibilità ambientale avrebbe in parte continuato ad usare i sacchetti in dotazione nel punto vendita (perché in bio plastica) e in parte avrebbe iniziato a portare i propri sacchetti.

Il consumatore con alta sensibilità ambientale avrebbe continuato a portare i propri sacchetti da casa.

In questo modo gli obiettivi di riduzione degli imballaggi e dei rifiuti da imballaggio della normativa europea sarebbero stati raggiunti.

In definitiva la legge sarebbe stata molto utile semplicemente lasciando aperta la strada dei sacchetti durevoli portati da casa.

Cosa si può fare?

  • Orientare i propri consumi verso operatori  in grado di creare correttivi legali alla legge in vigore, usando sacchetti di carta (la legge blocca l’uso dei sacchetti di plastica leggeri, non tutti i materiali) o riunendo i prodotti in un’unica cesta.
  • Rispondere con saggezza alle derive che la disinformazione può causare sul territorio (es. mercati che iniziano a non usare più sacchetti di carta perché per legge devono usare le bioplastiche, farmacie che impongono i sacchetti…), evitando che il problema si allarghi.
  • Informarsi da fonti ufficiali e sensibilizzare familiari e amici sulle alternative possibili.
  • Firmando la petizione rivolta al Ministero dell’Ambiente e delle Attività Produttive per l’uso di sacchetti riutilizzabili nel reparto ortofrutta dei supermercati

Come si sta muovendo la Rete Zero Waste?

    • Dando informazioni obiettive e aggiornate sulla normativa e il suo recepimento
    • Sensibilizzando gli utenti dei social networks in cui siamo presenti all’uso limitato degli imballaggi e
    • Fornendo esempi delle buone pratiche per la riduzione degli imballaggi negli altri paesi europei (e non)
    • Sostenendo e promuovendo la petizione per l’uso di sacchetti riutilizzabili nel reparto ortofrutta dei supermercati

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3 thoughts on “3 Ministeri e 1 sacchetto: storia di un’opportunità mancata”

  1. Avevo giusto bisogno di qualcuno che mi chiarisse come siamo finiti qui. Ovviamente non dubitavo che l’errore fosse tutto nostro, diffficilmente il resto dell’Europa avrebbe accettato in silenzio una situazione simile. Grazie per le informazioni, ovviamente ho firmato subito e coinvolto gli amici.
    Quello che mi chiedo ora e se c’e qualcosa che si può fare rispetto ai perfettamente inutili guanti di plastica 😉 Frutta e verdura vengono maneggiati da decine di persone prima di arrivare in vendita e si pretende che l’ultimo della catena usi un guanto per questioni igieniche. Resto un po’ perplessa francamente.

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