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The True Cost

The true cost è una storia sui vestiti che indossiamo, sulle persone che li fanno e sull’impatto sul nostro mondo. É una storia di avidità e paura, potere e povertà. Una storia scomoda, che qualcuno doveva trovare il coraggio di raccontare.

L’idea del documentario ha avuto inizio nel 2013, quando su tutti i giornali del mondo si è parlato della strage di Rana Plaza, in Bangladesh, con la morte di 1.138 operai tessili dovuta al crollo di una fabbrica. I lavoratori avevano più volte segnalato crepe nell’edificio, ma la dirigenza non aveva fatto nulla. Tragedie di questo tipo sono frequenti, con un’industria da quasi 3 triliardi di dollari l’anno che vuole prodotti a basso costo, a scapito dei costi di produzione e della sicurezza dei lavoratori. Desiderando dar voce a quelle persone, il regista Andrew Morgan ha iniziato un’indagine che lo ha portato a cambiare per sempre il suo modo di pensare e di scegliere i vestiti che indossa.

Il vero ‘prezzo’ della moda

L’origine del problema individuata da Morgan è la cosiddetta ‘fast fashion,’ il modello di moda consumistica che si è andato affermando negli ultimi 15 anni. Questa tendenza, che vuole vestiti prodotti a basso costo e venduti a prezzi stracciati, alimenta una filosofia dell’‘usa e getta’ che genera enormi profitti per pochi, a scapito dell’ambiente e delle molte persone che lavorano nell’industria tessile.

Dietro i vestiti che indossiamo ci sono persone in carne e ossa, delle quali spesso ci accorgiamo solo quando succedono gravi fatti di cronaca, come appunto quello avvenuto in Bangladesh, e che ha portato sui giornali il lato nascosto della moda: quel ‘prezzo’ pagato dagli operai che lavorano senza sosta per meno di 2 dollari al giorno. Lo stesso ‘prezzo’ pagato anche dai produttori di cotone, che utilizzano fertilizzanti e sostanze chimiche, mettendo a repentaglio la propria vita e danneggiando irreparabilmente l’ambiente per stare dietro alla produzione industriale. Anche l’agricoltura, infatti, deve stare al passo con la moda. E se un tempo le collezioni di vestiti seguivano le quattro stagioni, ora le stagioni sono diventate 52, per spingere il consumatore a comprare a ciclo continuo.

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Operai in un’industria tessile ©The True Cost

Per questo l’80% del cotone è OGM. Ma che impatto ha sul suolo? E sulle persone nelle comunità? Le cifre sono scioccanti. In Punjab (India), dove viene coltivato cotone OGM e vengono usati fertilizzanti per farlo crescere ai ritmi sostenuti richiesti, circa il 70% dei bambini dei villaggi limitrofi soffre di gravi ritardi o malformazioni, dovuti alla tossicità di questi prodotti. In India negli ultimi 10 anni si sono suicidati oltre 250.000 contadini, perché non riescono a stare al passo con la produzione. Ciò significa 1 contadino ogni 30 minuti. È la più grande ondata di suicidi della storia.
Non molto diversa è la situazione in Texas dove ci sono le maggiori piantagioni di cotone, anch’esse OGM. Qui si è assistito a un’impennata dei casi di tumore nella popolazione, e si è scoperto che le aziende che producono sementi sono le stesse che producono i fertilizzanti necessari alla coltivazione di questo tipo di cotone, e le stesse che brevettano i farmaci per curare le persone che si ammalano in seguito alla tossicità di questi prodotti, con un sistema grazie al quale queste aziende realizzano profitti immensi.

Il nostro shopping è cresciuto del 400% in più rispetto a soli 20 anni fa, con un ritmo di crescita insostenibile per l’ambiente e le persone. E ciò che fa ancora più specie è che per la maggior parte si tratta di beni di cui non abbiamo neanche bisogno. Ne vale davvero la pena? Andrew Morgan risponde a questo interrogativo in maniera efficace, in perfetto equilibrio tra informazione ed emotività, dando voce alle tante mani e tanti cuori che ci sono dietro i nostri vestiti.

Una risposta al modello della fast fashion, secondo Morgan, è scegliere vestiti provenienti dal commercio equo, che tiene conto non solo delle condizioni dei lavoratori, ma anche dell’impatto ambientale. A questo proposito ha intervistato Safia Minney, fondatrice di People Tree, marchio equo nato in Giappone 20 anni fa.

moda a basso costo
Moda a basso costo ©The True Cost

Il cambiamento dipende da noi. Da non accettare di comprare moda ‘usa e getta’ a basso ‘costo’ per noi, ma con un ‘costo’ elevatissimo in termini di inquinamento, di manodopera, di persone che muoiono ogni giorno per fabbricare i nostri vestiti. Dopo aver visto The true cost, è impossibile non chiedersi quanto lavoro e quanto sangue ci sia dietro ogni vestito che indossiamo.

Se volete approcciarvi alla moda in modo più sostenibile, trovate un articolo sul nostro sito a questo link.

Avete già visto The true cost? Avete altri documentari sul tema da consigliare?

 


Link esterni:

La strage di Rana Plaza

The True Cost: sito web ufficiale

4 thoughts on “The True Cost”

  1. Ho visto questo documentario proprio ieri e ne sono rimasta sconvolta. Sinceramente ammetto che solo in questi giorni sono venuta a conoscenza di tutte queste informazioni e credo che, come me, tantissime persone al mondo abbiano acquistato e acquistino ancora in modo “inconsapevole”. Spero che questo possa rappresentare l’inizio di una presa di coscienza e di un cambiamento di direzione a livello globale, perché non possiamo più permetterci di chiudere gli occhi e voltarci dall’altra parte. Credo sia fondamentale imparare ad utilizzare la tecnologia che abbiamo la fortuna di possedere anche e soprattutto per accedere alle tantissime informazioni che ci possono rendere consumatori più consapevoli!

  2. Questo documentario cambia veramente la percezione della fast fashion e delle nostre abitudini… è praticamente impossibile ritornare sui propri passi e far finta di niente dopo averlo visto !

  3. Documentario illuminante! Ha cambiato il mio rapporto con i vestiti, nonostante neanche prima fossi una compratrice compulsiva di fast fashion. Vorrei averlo visto prima! Ora lo consiglio a tutte le persone che conosco! 🙂

    1. Anche per me è stato così! Pur avendo sempre preferito acquistare i miei vestiti nei mercatini dell’usato, da appassionata del ‘vintage’, mi ha aperto gli occhi su molte dinamiche che conoscevo solo superficialmente, soprattutto riguardo le coltivazioni. Dopo averlo visto, se proprio voglio comprare capi nuovi, cerco piccoli brand sostenibili. Grazie per essere passata di qui 😉

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