Speciali, Zero Waste

“Ma chi c’ha tempo?” Lo zero waste, uno stereotipo dopo l’altro

 

Quando pensiamo all’aggettivo ‘inevitabile’, cosa ci viene in mente? Di primo acchito diremmo forse “le tasse, il raffreddore e l’inquinamento da plastica (come non citarlo!)” ma perché non aggiungere anche… gli stereotipi? Ogni giorno, senza eccezione, gli abitanti del pianeta Terra devono infatti fare i conti con vari pregiudizi, luoghi comuni e credenze. Questi interessano diversi aspetti della vita di una persona, come la cultura, le tradizioni, l’etnia, le scelte alimentari o… di vita! Volenti o nolenti, non solo ne siamo bersaglio, ma bersagliamo gli altri.
I pregiudizi sono sempre stati demonizzati, associati a un comportamento chiuso e reazionario. Eppure anche chi si auta-proclamana ‘paladino dell’oggettività’ dovrà, suo malgrado, fare i conti con qualche preconcetto che si insinuerà in pensieri e riflessioni.

Neanche coloro che decidono di intraprendere un percorso verso la riduzione drastica dei rifiuti, i cosiddetti e le cosiddette zero waster, sono immuni da alcuni pregiudizi.
Ecco i più ricorrenti e divertenti, raccolti grazie a un sondaggio Instagram in cui vi abbiamo chiesto di condividere con noi i commenti ricevuti più spesso da amici e familiari.
Cerchiamo di analizzarli con leggerezza e auto-ironia, ce ne sarà qualcuno di azzeccato, o riusciremo a smentirli uno dopo l’altro?

Chi è zero waste è strano

Ammettiamolo, chi non vorrebbe fare come Heidi e vivere per qualche tempo in montagna, con qualche capra che scorrazza per i pascoli? Per fortuna cercare di ridurre i rifiuti è fattibile ovunque, nelle grandi città come su per i monti (la difficoltà tende certamente a variare a seconda della località). La vera domanda da porsi in questo caso è forse un’altra: cosa vuol dire per noi essere ‘strani’? Chi è zero waste è strano, o ha semplicemente un approccio diverso nei confronti dei rifiuti e di alcune scelte quotidiane? ‘Diverso’ vuol dire necessariamente ‘strano’?

Non fanno altro che criticare!

Dopo aver scorrazzato con Heidi, sembra che alcuni zero waster preferiscano seguire le orme della Signorina Rottermeier. L’entusiasmo può trasformarsi in pedanteria quando si cerca di spiegare agli altri le varie ragioni, motivazioni e abitudini più ecologiche. Il tutto però è involontario, fatto a fin di bene: gli zero waster desiderano condividere le loro scelte con persone a loro care, con il ‘potenziale giusto’ per diventare più consapevoli (della serie: Nonno, sei tu il prescelto! E ora 2 ore di documentario A Plastic Ocean. Pausa bagno dalle 20:40 alle 20:42!). Se qualcuno però esagera con la pedanteria, regalategli una gigantografia della Rottermeier (possibilmente non plastificata): il messaggio arriverà forte e chiaro!

Certo, se avessimo tutti il tempo a disposizione che hanno ‘sti alternativi…!

Il primo onnipresente pregiudizio introduce il fantomatico radical chic, una creatura alternativa che agisce per puro esibizionismo. Ebbene sì, qualcuno si interesserà allo zero waste perché attratto da immagini fotogeniche e minimaliste di Instagram, più che per una genuina volontà di ridurre l’impatto ambientale. Tuttavia vivere in maniera ecologica richiede pazienza, organizzazione e motivazione: un radical chic che cerca solo il ‘like facile’ getterebbe la spugna nel giro di qualche settimana!

Il secondo pregiudizio introduce la casalinga disperata che fa il pane, sforna deliziosi biscottini e sperimenta strani intrugli fai-da-te per lavare i pannolini (magari al chiaro di luna calante, al fiume?). È vero, con lo zero waste si modificano molte azioni quotidiane, tra cui le faccende domestiche… ma se questo fosse fattibile solo per qualche casalinga, ci sarebbero ben poche persone al giorno d’oggi disposte a cambiare! Inoltre questo stereotipo costringe a porsi un’altra domanda: perché un movimento che (ammettiamolo) è rappresentato soprattutto da donne viene additato come ‘una cosa da casalinghe’? Il pregiudizio su cui riflettere (un pregiudizio ben meno innocente e divertente rispetto quelli sugli ecologisti) in questo caso è un altro.

Un momento di distrazione e cercano già di convertirti…

 

Questo sembra essere lo stereotipo degli stereotipi, l’argomento tabù, l’equivalente del tu-sai-chi nella saga di Harry Potter, l’innominabile Lord Vegetarian-o-onniveran-mort che scatena discussioni accesissime. ‘Ma chi è onnivora/o può considerarsi ecologista?’ ‘Sono vegan, quando riceverò la carta VIP di appartenenza al club degli ambientalisti veri?’
La Rete Zero Waste, consapevole di questa eterna diatriba, ha da sempre deciso di puntare sull’inclusione, rigettando qualsiasi forma di emarginazione derivante da scelte di tipo alimentare o personale. Abbracciare uno stile di vita vegetariano o vegano riduce la propria impronta di carbonio? Certo che sì, negarlo non sarebbe corretto. Tuttavia per noi questa non è una conditio sine qua non: altre azioni quotidiane possono influire in maniera altrettanto positiva. Inoltre, in nessuna circostanza l’uno o l’altro approccio può giustificare eventuali esclusioni ed emarginazioni. Non nella Rete. Sperando di poter presto sviluppare questo argomento in maniera più esaustiva, vogliamo condividere con voi una citazione dell’ambientalista Anne-Marie Bonneau :

“Non abbiamo bisogno di quattro gatti che praticano lo zero waste alla perfezione. Abbiamo bisogno di milioni di persone che lo facciano in maniera imperfetta.”

È possibile spezzare una lancia a favore dei luoghi comuni?

A inizio articolo avevamo parlato di come i pregiudizi siano… ‘giudicati’ negativamente dalla società. Eppure diversi filosofi, tra cui Hans Georg Gadamer, hanno cercato di riabilitarli, analizzandoli da una prospettiva diversa. Secondo Gadamer infatti il pregiudizio (o meglio, il pre-giudizio) non è altro che un giudizio sviluppato prima di aver effettuato un esame. Prima di una analisi dell’oggetto in questione.

Approcciarci a qualcosa o qualcuno senza pregiudizi è semplicemente impossibile. La nostra mente, diceva Gadamer, non è una ‘tabula rasa’. Non è un peccato credere, ingenuamente e a priori, che i e le zero waster siano casalinghe disperate, pazzi furiosi e chi ne ha più ne metta. Ma sarebbe estremamente sbagliato esternare questi preconcetti rifiutando di cambiare parere anche dopo essersi informati e magari aver scambiato opinioni con i diretti interessati (questo si applica anche ai preconcetti sulle le diete alimentari o peggio sulla religione, l’etnia etc.).
Non avere ‘pre-giudizi’ (a parte il fatto che è impossibile) passa in secondo piano. L’aspetto più importante è la nostra apertura mentale, la capacità di metterci in discussione mentre analizziamo qualcosa o mentre conosciamo qualcuno.

Pre-giudicare è umano, perseverare lo è un po’ meno

È necessario dunque avere l’umiltà e la maturità di ammettere che sì, nutrivamo diversi pregiudizi, di cui forse non andiamo particolarmente fieri… e che nonostante questo siamo riusciti a cambiare parere, o che almeno abbiamo integrato altri punti di vista al nostro pensiero.
Che voi stiate giocando con Heidi, lavando i pannolini al chiaro di luna o guardando documentari con il nonno, noi speriamo con questo articolo di aver contribuito a questa riflessione!

 

2 thoughts on ““Ma chi c’ha tempo?” Lo zero waste, uno stereotipo dopo l’altro”

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