Zero Waste

Quanto sono sostenibili le tecnologie digitali?

sostenibilità digitale

Complice l’isolamento durante il lockdown, abbiamo tutti fatto incetta di tecnologia digitale: dalle video chiamate quotidiane alle web call di lavoro, dai webinar online ai film in streaming, dai concerti e spettacoli trasmessi in rete alle foto e messaggi scambiati con i nostri amici e famigliari lontani.

Oggi facciamo luce su un tema di cui si parla ancora troppo poco: quanto inquinano le tecnologie che in diversi modi semplificano le nostre vite? Lo abbiamo chiesto a Federica Albertin* e Valeria Viero**, autrici di questo articolo.

Solidarietà digitale

Il mondo digitale in questo periodo si è dimostrato un valido alleato contro l’isolamento. Si è fatto sinonimo di inclusione e di condivisione, di informazione e di svago. Sono nate community, gruppi di mutuo soccorso e moltissimi altri servizi al cittadino.

Mi piace pensare che questo sia uno dei lati sostenibili della tecnologia, ossia quello legato al sociale.

La sostenibilità sociale infatti è tra i 17 obiettivi indicati nell’Agenda 2030 insieme a quelli relativi alla sostenibilità ambientale ed economica. Vedremo che anche qui la tecnologia fa la sua parte.

videochiamata

Quanto inquina una mail?

Non possiamo negare che l’inquinamento digitale sia in aumento: l’insieme di tutte le attività digitali, infatti, sono responsabili del 2% delle emissioni di CO2 del pianeta***, tanto quanto il traffico aereo, dato che pare essere destinato a crescere fino al 14% nel 2040 (secondo una previsione del 2018 della McMaster University).

D’altro canto l’avvento delle tecnologie informatiche ci ha permesso di fare passi da gigante in moltissimi settori, come la burocrazia o la finanza, il turismo e gli atti di compravendita: abbiamo velocizzato processi prima macchinosi, dispendiosi in termini di tempo e risorse, e abbiamo risparmiato tonnellate di carta. 

serie tv

Viene difficile pensare che le mail che mandiamo, i film che guardiamo, i dati che conserviamo in rete generino un dispendio energetico. Eppure otto email inquinano, in termini di produzione di CO2, quanto percorrere 1km in auto.

E che dire dei piani di archiviazione che ognuno di noi sottoscrive mensilmente/annualmente?

Infine alzi la mano a chi in questi mesi non è capitato di guardare una serie in streaming tutta in due giorni? Guardare un video in HD di 10 minuti equivale a utilizzare un forno elettrico da 2000 watt a piena potenza per 5 minuti. Questa energia serve per alimentare le famose server farm.

Cold rush, dove sono i nostri data center

Ci sono paesi che sono stati quasi adibiti a data center: mi viene in mente la California, ma anche l’Islanda. Proprio qui si sta verificando la “cold rush” (che richiama la vecchia “gold rush”, cioè la corsa all’oro, ora trasformata in la corsa al freddo). Grazie alle temperature glaciali è più facile contenere il surriscaldamento dei server, considerando poi che la totalità dell’energia islandese deriva da fonti rinnovabili. Per usare le parole di Jeff Monroe, amministratore delegato della Verne Global (società islandese di Sustainable High Performance Computing): “una server farm in Islanda fa risparmiare l’equivalente di mezzo milione di tonnellate di anidride carbonica l’anno rispetto ad una costruita in un’altra parte del mondo”.

server

Nella stessa direzione è andata Microsoft che, lo scorso settembre, ha concluso l’esperimento di piazzare i propri server in fondo al mare. Avete capito bene! Un data center sottomarino ha, infatti, i suoi pro dal punto di vista ambientale: grazie alle fredde temperature delle profondità marine c’è una migliore dissipazione del calore, non occorre un sistema di raffreddamento o condizionamento (un po’ come in Islanda) e la sua alimentazione deriva da fonti eoliche e solari. L’obiettivo della Microsoft è proprio quello di allungare il ciclo di vita dei server, riciclando le apparecchiature, e di ridurre così l’occupazione del suolo terrestre.

blockchain tecnologia

In generale i criteri di progettazione degli ultimi anni vanno tutti in questa direzione: la Direttiva 2005/32/Ce (Eco-design Directive for Energy-using Products – EuP), uscita nel 2019, ha, infatti, lo scopo di ridurre l’impatto ambientale e di migliorare l’efficienza energetica degli impianti attraverso installazioni di pannelli solari, collegamenti a centrali idroelettriche, progettazioni modulari (ecodesign) nel rispetto dei consumi.

Perché parliamo di tecnologia blockchain

Una tecnologia che fa spesso discutere e che meglio di tutte incarna il paradosso tra impatto ambientale e impatto sociale. Sicuramente tutti avranno sentito parlare di blockchain e crypto valute. La più famosa di tutte, il Bitcoin, qualche anno fa conquistava le testate finanziarie per il suo repentino e inarrestabile aumento di valore.

Ideato da Satoshi Nakamoto nel 2008 (http://satoshinakamoto.me/whitepaper/) , il Bitcoin è il primo esperimento riuscito di crypto valuta, basato sulla blockchain, una tecnologia peer-to-peer, dove non è presente una intermediazione statale o bancaria come nelle valute nazionali. 

Cos’hanno in comune blockchain e sostenibilità

Dal punto di vista tecnologico è un insieme di computer interconnessi che verificano tutte le transazioni eseguite in bitcoin. Queste, se corrette, vengono registrate in un registro – blockchain (catena di blocchi) – condiviso da tutti e immutabile nel tempo. La cooperazione tra i diversi computer e il comune accordo su quali transazioni inserire nel registro sono caratteristiche molto critiche per un sistema decentralizzato che deve creare un bene scarso come il denaro. Pertanto, cooperazione e unanimità vengono raggiunte proponendo ai computer del network dei problemi matematici difficili da risolvere e allo stesso tempo facili da verificare.

sostenibilità digitale

Questo sistema (che per il Bitcoin è definito Proof-of-Work) consente in primis di dare un prezzo ai bitcoin in termini di consumo, di mantenere integro il network ed inoltre non permette “falsari” di bitcoins. Il proof-of-work ha anche il lato negativo di avere un alto costo computazionale: un computer per trovare la soluzione al problema deve iterare continuamente calcoli e, una volta che un computer nel network ha trovato la soluzione, ripartire da zero alla volta di una nuova soluzione. Questo meccanismo , che rappresenta la chiave di volta dell’intera tecnologia, secondo l’esperto Alex de Vries porta ad un consumo stimato annuo di 62.3 Tera Watt l’ora. Quasi l’equivalente della Svizzera!

A che ci serve allora la blockchain

Ora, prima di raccogliere i forconi mediatici e inneggiare all’abolizione della tecnologia, concentriamoci sul motivo per cui le persone decidono di investire nell’equipaggiamento necessario per far parte di questo network. Immagino molti di voi abbiano indovinato: un ritorno economico!

blockchain tecnologia digitale

Colui/colei che risolve per primo il problema viene ricompensato con una quota fissa più le commissioni delle transazioni convalidate. Dato che i computer utilizzati sono più o meno gli stessi in tutti i nodi, l’unica discriminante per mantenere alto il profitto è minimizzare il costo dell’energia utilizzata. Infatti, spesso questi computer sono alimentati da energia prodotta con pannelli solari.

Altri usi della tecnologia blockchain

Consideriamo, inoltre, che il costo energetico e il costo computazionale, uniti al tempo impiegato per convalidare le transazioni e al numero massimo di transazioni che possono essere convalidate in uno stesso istante, non renderanno mai questo sistema equivalente a quello dei circuiti delle carte di credito. Tuttavia la tecnologia sottostante al Bitcoin è stata ripresa e riproposta con altri usi e consumi che la investono di un enorme potenziale sociale (Medicalchain, EBISI, Ethereum…).

Nel settore alimentare

Uno dei progetti più interessanti in ottica alimentare è IBM Food Trust, una rete collaborativa di coltivatori, trasformatori, distributori e rivenditori che rafforzano l’affidabilità e la visibilità della filiera alimentare. Questa soluzione, infatti, consiste nel condividere tra i partecipanti un registro autorizzato – cioè una blockchain – immutabile e condiviso sulla provenienza del cibo, con i dettagli di trasformazione e gli ingredienti di un determinato prodotto. Inoltre consente agli utenti di verificare le certificazioni presenti su un determinato prodotto in modo sicuro e veloce.

Per il riciclo di plastica

Atro progetto degno di nota e più legato al tema zero waste è reciChain, focalizzato sul riciclo di plastica. I produttori di materie prime plastiche condividono i dati e le specifiche del prodotto in un registro immutabile e condiviso (sempre la nostra blockchain)  che permette di tracciare la plastica lungo tutta la filiera e, una volta giunta agli impianti di smaltimento, ne consente un riciclo più mirato, aumentando le percentuali di materie plastiche riciclate.

server data center

Il ciclo di vita (LCA) dei dispositivi elettronici

Last but not least, c’è tutta la questione della LCA dei dispositivi elettronici, ossia il ciclo di vita dei nostri cellulari, tablet, pc etc. I costi e le risorse iniziano già in fase di produzione: le terre rare sono dei materiali estratti con alte emissioni di gas e per questo altamente inquinanti. Larga parte dei nostri dispositivi sono composti proprio da quete “terre”. Una volta distribuiti (altro segmento della filiera che ha un suo impatto a livello di produzione di CO2), vengono da noi utilizzati: installiamo moltissime app che non ci servono, teniamo al massimo la luminosità dello schermo, facciamo funzionare più finestre e applicazioni in background, aumentando così la frequenza dei tempi di ricarica e quindi il dispendio energetico. A fine vita il nostro dispositivo diventa a tutti gli effetti un RAEE: un rifiuto tecnologico. Purtroppo solo l’1% di questi viene smaltito nel modo corretto (un altro data dallo studio della McMaster University).

Cosa possiamo fare come singoli cittadini

Ed è qui che entriamo in gioco noi: diventando consum-attori più consapevoli possiamo fare la nostra parte. Ma non siamo soli: possiamo appoggiarci a network no profit specializzati in sostenibilità digitale, come Digital For Planet, un hub di consumi consapevoli nel rispetto dell’ambiente e della società. L’era dell’ecologia digitale è già cominciata.


* Federica Albertin è una green content creator: su instagram @lecitazionidellafe parla di libri e sostenibilità in chiave comica, scrive nel suo blog e per diversi siti. Pratica yoga e meditazione, suona la chitarra e ama i gatti.

** Valeria Viero Iperattiva 24/7, amante del caffè e della natura. Nerd di formazione dall’analisi dati alla cyber security e appassionata di social engineering. Nonostante i ritmi frenetici che la vita la porta a tenere, ogni momento di pausa è buono perchè si metta lo zaino in spalla per viaggiare senza meta

*** Fonte: ricerca pubblicata nel 2013 e realizzata dal Centre for Energy Efficient Telecommunications dell’Università di Melbourne in collaborazione con i Bell Labs di Alcatel 

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