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Imparare a leggere le etichette dei nostri abiti

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L’unico (vero) modo per difendersi dal greenwashing delle case di moda è leggere le etichette degli abiti prima di un nuovo acquisto.

Consultare le etichette degli indumenti infatti è come leggere la lista degli ingredienti quando si acquista un alimento o un prodotto cosmetico.

Cosa c’è scritto sull’etichetta?

L’unica garanzia per non farsi distrarre dalle strategie di marketing, è imparare a decifrare le informazioni riportate su quel piccolo frammento di tessuto che per legge deve includere alcune informazioni.

Innanzitutto deve riportare la percentuale di fibre tessili che compongono il capo, il luogo di produzione e (facoltativo) le indicazioni su come prendersi cura del vestito. Il Regolamento europeo 1007 stabilisce infatti che ogni etichetta debba essere durevole, di facile lettura ed accessibile.

Per aiutarvi ad affrontare al meglio i prossimi acquisti, vogliamo condividere una guida pratica ai materiali che costituiscono i vestiti che indossiamo e le loro caratteristiche.

Fibre naturali e chimiche

In primis bisogna distinguere fra tessuti naturali, derivanti da fibre vegetali o animali; oppure artificiali o sintetici.

Le fibre naturali, che si distinguono in vegetali o animali, derivano da materiali che esistono in natura, la cui struttura tendenzialmente rimane intatta nella lavorazione che permette di dare vita ai nostri capi. In genere, i materiali di origine naturale – a differenza di quelli sintetici – non rilasciano microplastiche mentre li indossiamo e durante il lavaggio in lavatrice.

Vengono chiamate fibre chimiche sia quelle artificiali, ovvero create a partire da materiali naturali, i cui trattamenti ne modificano la struttura; sia quelle sintetiche ottenuti da composti di sintesi derivati dal petrolio e ridotti in filamenti più o meno lunghi.

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In generale alcuni consigli sempre validi sono quelli che seguono:

  • i tessuti misti sono praticamente impossibili da riciclare, per questo è preferibile acquistare capi composti da un solo tipo di fibra. A livello globale, la percentuale di abiti che vengono riciclati dopo essere stati buttati, non supera l’1% e inoltre le Nazioni Unite infatti stimano che l’85% degli abiti prodotti finisce in discarica;
  • il cotone è meglio se biologico e certificato: pur essendo una fibra naturale, richiede molta acqua per essere prodotto e spesso prevede l’utilizzo di pesticidi. Inoltre per la sua coltivazione vengono occupate circa il 2,5% delle terre arabili del mondo;
  • la viscosa è un materiale artificiale e, in base alla sua lavorazione, può essere trasformata in Tencel, Lyocell, Ryon o Modal. Ognuno di questi subisce processi più o meno sostenibili;
  • Se possibile, acquistate un capo vintage o di seconda mano: l’usato (di qualsiasi materiale esso sia) rimane sempre la scelta più sostenibili poiché evita di sprecare nuove risorse per la produzione, e in futuro per lo smaltimento, di un nuovo oggetto

Finissaggio dei capi

Nonostante conoscere la composizione degli indumenti sia importante per scegliere in modo più consapevole, il materiale non è l’unico indicatore della sostenibilità di un capo. Ci sono infatti informazioni che non vengono riportate sulle etichette come ad esempio il tipo di trattamento che un capo subisce perché l’aspetto e la resa migliorino.

Le operazioni di finissaggio possono avvenire attraverso diverse modalità:

  • per azione meccanica;
  • mediante l’uso di sostanze chimiche;
  • attraverso l’applicazione di resine o siliconi.

In base al tipo di tessuto e alla sua funzione, il finissaggio assume caratteristiche differenti: la lana ad esempio necessita di trattamenti antinfeltrimenti; mentre capi destinati ad uso medico saranno trattati in modo da diventare antibatterici.

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Colorazione dei tessuti

Nel corso dei secoli i filati sono stati colorati inizialmente con coloranti naturali di origine vegetale, animale o minerale. Solo nel XIX secolo compaiono i primi coloranti sintetici. Oggi questi ultimi hanno quasi completamente sostituito quelli naturali.

Esistono processi di tintura e finitura che consumano grandi quantità di risorse idriche, si stima che la moda sia responsabile del 20% dello spreco globale di acqua e, secondo un Report di Yusuf del 2018, servono 200 tonnellate d’acqua ad ogni tonnellata di tessuto finito prodotto. Questi processi inoltre sono spesso nocivi per l’ambiente poiché le acque di scarico non vengono smaltite in modo corretto, causando danni alla natura e all’ambiente; ne abbiamo parlato in un articolo in cui ci siamo chieste cosa contengano i nostri abiti.

fashion revolution week

Uno strumento utile in questo senso è il Rapex, il sistema comunitario che raggruppa tutti i prodotti non alimentari non conformi. La pericolosità di materiali tessili nella maggior parte dei casi riguarda rischi connessi alla presenza di sostanze chimiche, o problemi di natura microbiologica. Dal 2003, il Rapex garantisce una veloce diffusione tra gli Stati membri e la Commissione europea delle informazioni riguardo ai prodotti segnalati che vengono ritirati dal commercio o richiamati in Europa.

La dignità dei lavoratori

Oltre alla composizione e alla lavorazione, una parte fondamentale della filiera è composta anche dai lavoratori che trasformano i rotoli di tessuto in capi di abbigliamento. Sappiamo che la “sostenibilità” non è tale se non coinvolge anche l’aspetto economico e sociale, oltre a quello ambientale. Abbiamo provato a spiegarlo in questo articolo sull’intersezionalità. Per questo siamo convintɜ che sia fondamentale raccogliere quante più informazioni possibili sull’intera catena di produzione di un capo (o di un qualsiasi oggetto) prima di acquistarlo.

Sulle condizioni di lavoro e di sfruttamento dei lavoratori da cui dipendono le grosse aziende del fast fashion (e non solo) vi consigliamo la visione del film “The true cost”.


Per approfondire ulteriormente l’argomento:

Bibliografia

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