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Cosa c’è nei nostri vestiti?

Il 24 aprile 2013 a causa del crollo dello stabilimento tessile di Rana Plaza, in Bangladesh, persero la vita 1138 persone. Questo tragico avvenimento, di cui si parla troppo poco, diede inizio alla Fashion Revolution, un movimento globale che ha lo scopo di portare all’attenzione di tutt* le pratiche scorrette dell’industria della moda, mettendo al centro della discussione lavoratori e lavoratrici che spesso rimangono invisibili e invitando a porci delle domande.

Quanto ne sappiamo di chi produce i nostri vestiti? Dove vengono prodotti i nostri vestiti? Perchè manca trasparenza in questo settore?

Scritta: "chi ha fatto i miei vestiti?"
“Chi ha fatto i miei vestiti?”

Come ben testimonia il documentario “The true cost” la moda a basso costo non genera drammatici risvolti soltanto a livello sociale ma anche a livello ambientale. Tuttavia il confine tra problema sociale e ambientale è davvero sottile visto che vivendo in un ambiente inquinato a causa del loro stesso lavoro le persone si ammalano, spesso non potendo far fronte alle cure. A partire da quest’anno infatti Fashion Revolution lancia anche l’hashtag #WhatsInMyClothes, ossia cosa c’è nei miei vestiti, invitando così a porci ulteriori domande altrettanto importanti.

Da chi è coltivato il cotone usato per produrre i nostri vestiti? I materiali naturali sono per forza sostenibili? Le acque usate durante la lavorazione dei vestiti vengono trattate adeguatamente prima di esere rilasciate in natura?

Scritta: "cosa c'è nei miei vestiti?"
“Cosa c’è nei miei vestiti?”

Ci sono davvero tanti aspetti ugualmente importanti legati a questo argomento ma oggi abbiamo pensato di soffermarci su alcuni che pensiamo possano farvi riflettere.

Materiali e sostenibilità

Quando si parla di sostenibilità nel campo della moda uno dei primi fattori a cui noi, come consumatori, possiamo fare attenzione è il materiale. Infatti è buona abitudine imparare a leggere le etichette che indicano la composizione dei capi. In generale alcuni consigli sempre validi sono:

  • preferire fibre naturali a quelle sintetiche poichè quest’ultime rilasciano microplastiche durante l’utilizzo e durante i lavaggi in lavatrice anche se è possibile adottare alcuni accorgimenti per ridurre questo problema.
  • il cotone, pur essendo una fibra naturale, richiede molta acqua e pesticidi dunque per ridurne l’impatto è meglio scegliere cotone biologico e proveniente da agricoltura certificata.
  • la viscosa è un materiale artificiale che deriva dalla cellulosa vegetale e a seconda del processo (più o meno sostenibile) che subisce può assumere diversi nomi (Tencel, Lyocell, Ryon, Modal) per cui è bene informarsi.
  • prediligere capi composti da un unico tipo di fibra poichè i tessuti misti sono praticamente impossibili da riciclare.

Acqua e sostanze inquinanti

I cosiddetti “trattamenti ad umido” comprendono processi di tintura, scoloritura, raschiatura, stampaggio e finitura dei tessuti grezzi. Questi processi utilizzano fino a 200 tonnellate d’acqua per tonnellata di tessuto finito prodotta (fonte: Yusuf 2018) e spesso le acque di scarico non sono trattate aduguatamente prima di essere smaltite per mancanza di regolamentazione. Il fiume Citarum in Indonesia ospita all’incirca 2000 aziende tessili che vi riversano le acque usate per la tintura e la lavorazione dei tessuti nella quasi totale assenza di regolamentazioni. Esso è uno dei fiumi più inquinati del mondo e si stima che circa 50.000 morti all’anno siano dovute all’utilizzo delle sue acque.

Per chi volesse approfondire ulteriormente l’argomento trovate nel nostro sito sei consigli per essere più sostenibili nell’ambito della moda e l’intervista alla fondatrice della piattaforma “Il Vestito Verde”. Infine vi invitiamo a consultare il sito ufficiale della Fashion Revolution fonte delle informazioni che trovate in questo articolo e ricordiamo che:

L’indumento più sostenibile è quello già presente nel tuo guardaroba.

2 thoughts on “Cosa c’è nei nostri vestiti?”

  1. Sono molto interessata all’ecosostenibilità sia nel campo dell’abbigliamento che in quello dell’alimentazione perché, avendo fatto studi e lavorato nel mondo del tessile, dell’abbigliamento e del costume teatrale, so quanto la produzione di questi manufatti sia poco rispettosa dell’ambiente e delle persone; inoltre da qualche anno ho un’immunodeficienza che riguarda la pelle e quindi sto sperimentando “sulla mia pelle” quanto molti tessuti e cibi la irritino fino a far tornare in evidenza il mio problema

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